bonton

Non ci credete è?! Come è possibile che delle regole sulla buona educazione così demodè, possano essere applicate ai comportamenti d’oggi?! Possibilissimo! Datato (il primo risale al al 1550) e dimenticato, fatto sta che rimane tra i testi italiani più tradotti nel mondo, il Galateo è una reliquia di un tempo in cui il canone delle buone maniere si sapeva a memoria (come l’Ave Maria) e i libri che le insegnavano fungevano anche da ”ferri del mestiere”  da portare in testa, per camminare belli dritti e sottobraccio, per non allargare i gomiti sulla tavola. In quegli anni (anni d’oro) in cui il savoir-faire, il saper vivere, saper fare e stare al mondo fu coltivato dalle sacerdotesse del buon gusto, bon ton e bello stile. Tutte mascherate, nel regno di forma, finzione e convenzione, sotto falso nome. 
Chi non le rilegge (e non sa cosa si perde) per riscoprire la delizia delle calosce indossate sotto la pioggia o della riverenza impeccabile di una debuttante, se la cavi come può. Cercando di riconoscere, tra ricordi di scuola e insegnamenti della mamma, memorie di letture e raccomandazioni della nonna, educazione civica, codice civile, codice stradale, etologia, antropologia culturale, il minimo (indispensabile) grado di distinzione del comportamento raffinato, o bene educato, o civilizzato.

E perchè no, dando una sbirciatina qui, ove ho cercato di riassumere alcune regole da sapere e che tutt’oggi possono essere utilizzate al fine di distinguerci da questo mondo così volgare, disattento e frenetico che ci circonda, ricordando che un po’ di sano savoir faire non ha mai fatto male a nessuno, anzi…

Città
In auto. La strada è il luogo dove si è chiamati più esplicitamente che altrove al rispetto: di segnaletiche, precedenze, limiti di velocità, distanze di sicurezza. Il traffico “urbano” è il contesto dove esplodono violenza selvaggia e aggressività. Circolano – in carreggiata e sottopelle – impazienza, smania, insofferenza. Gli automobilisti si danno – ma senza affetto – del tu. Sbottano in male parole, si sbracciano dai finestrini. Per la guida rispettosa, sobria, elegante, non è ancora stata rilasciata la patente, che pure meriterebbe punti. Spiace rilevare che le meno inclini a rallentare o fermarsi per far passare i pedoni sono le signore. Innata signorilità di gran dame cui si deve comunque cedere il passo?
A piedi. Camminando svelti nelle metropoli, o nei corridoi affollati della metro si tiene la destra. Ma al di là delle convenzioni, tra la folla tornano vive e tornano buone regole più elementari. Come l’istinto animale: non ci si fa “troppo sotto”, non si tallona quello davanti, non lo si mette in ansia violando – direbbe un etologo – il suo “spazio di fuga”. O non si fissa un estraneo. Puntargli gli occhi addosso sarebbe imbarazzante, inquietante, allarmante.
Al guinzaglio. Non si incoraggia Fido a srotolarne trenta metri su tutta la lunghezza del marciapiede, tendendo infide trappole ai passanti disarmati.
Bambini e barboncini. Non sono la stessa cosa. Ma potrebbero scambiarsi il ruolo da cartine di tornasole dell’educazione di padrone e genitori. I piccoli non vanno trattati in pubblico come bestiole ammaestrate. Non si parla di loro in terza persona come se non ci fossero. Non si mettono in piazza – umiliandoli – le loro prodezze o disubbidienze. Né si rimedia all’offesa con le effusioni cui ci si abbandona pateticamente coi cuccioli.
Società
La conversazione. È femmina. Anche il migliore tra gli uomini ne ignora la regola elementare: non si deve mai farla cadere, e non importa quel che si dice per tenerla su: “La conversazione”, scriveva Katherine Mansfield, “è come un bimbetto in fasce che si porta in salotto per fargli fare il giro degli ospiti. Bisogna cullarlo, vezzeggiarlo, tenerlo in movimento se si vuole che continui a sorridere. Nulla di più semplice, no?”.
La comunicazione. Valgono comunque sia anche per i maschi etichette e netiquette (cioè il bon ton per internet) di ogni scambio verbale. I principi sacrosanti sono: pertinenza, qualità, cooperazione, economia. Come dire: siate sensati, interessanti, collaborativi, mai polemici e, soprattutto, sintetici. Abbiate la buona creanza di rispondere sempre: alle domande, agli inviti, agli sms e alle e-mail.
Le espressioni da evitare. Non si dice “Buon appetito” a tavola, “Salute” a uno starnuto, “Salve” a conoscenti o sconosciuti, “Piacere” alla presentazione ma solo il nome e il cognome. La domanda “Come sta?” è convenzionale: non si risponde mai sinceramente, precisamente, diffusamente, con dovizia di dettagli clinici e personali. Si mente sempre un “Benissimo!”.
I silenzi. “Siate brillanti nei silenzi, le pause, le sospensioni”, ricordava Irene Brin. Specie là dove il mutismo è diretto da una regia rigorosa quanto la partitura: in sala da concerto. Si tace mentre suona l’orchestra, si evitano colpi di tosse, scricchioli e caramelle scartocciate. Non si applaude a scena aperta, né tra un brano e l’altro. Dopo il finale, non si salta subito su, saccentissimi, a battere le mani: si lascia trascorrere un attimo di attesa assorta e incantata.
Gesti, look e posture
Le mani. Si muovono con grazia, si tolgono di tasca, si mostrano nude con disinvoltura, si offrono alla stretta con fiducia. Il gesto di saluto è intenso e caloroso: si prende tutta la mano dell’altro nella propria, con i palmi che coincidono. La mano molle tradisce indifferenza, la mano morta timidezza, la stretta in punta diffidenza, la stretta a tenaglia egocentrica sicurezza.
Le posate. Ammesso e non concesso che si sappia impugnarle – la forchetta nella destra ha le punte all’insù, nella sinistra all’ingiù; il coltello si tiene nella destra con l’indice che non arriva mai a toccare la lama – si ricordi che la prima “taglia” uova, patate e verdure, sempre intatte da lama; il secondo raccoglie il formaggio, mai trafitto da forca.
Il guardaroba proibito. A lui: calzoni corti o bermuda in città, camicie a mezze maniche sotto la giacca, canottiere in vista sotto la camicia, sandali con le calze. Un maestro della calza sbagliata fu Federico Fellini: Aldo Buzzi gli insegnò negli anni Quaranta a sostituire i calzini corti fantasia con calze lunghe e nere: “Da allora non ha più avuto problemi (in questo campo)”, rivela lo scrittore all’epoca aiuto-regista.
A lei: le griffe ostentate, le calze smagliate, tutine e fuseux fuori dalla palestra, strass e paillette prima del tramonto. Una signora non indossa gioielli vistosi prima delle cinque del pomeriggio o del cinquantesimo compleanno: “fanno cafona”, predicava una che faceva Colazione da Tiffany.

Sull’uscio o appena fuori
Portoni proteste e potature.
Principi Primi di chi vive Porta a Porta. La pulizia degli spazi comuni è affidata al portiere e alla civiltà dei condomini. La precedenza all’ingresso è sempre di chi esce dal portone. La potatura di pitosfori e magnolie tiene conto dell’estetica di tutto il palazzo, non delle manie di pochi fanatici o dell’invidia per l’erba del vicino. Il quale, se dà noia coi suoi fiori o con rumori notturni, sarà redarguito con garbo la mattina dopo, non a suon di pugni picchiati sul muro.
Intrusioni in casa d’altri. Non si telefona mai prima delle nove del mattino, mai dopo le dieci la sera. Non si annuncia l’arrivo di un bimbo prima del terzo mese di gravidanza. Non ci si siede a tavola prima che l’abbia fatto la padrona di casa.
Recapitare regali e regalie. Si fanno sempre regali a una puerpera, mai a un superiore, solo dopo la chiusura dell’anno scolastico alla maestra. Non si regalano oggetti costosi a un ricco, fiori a un uomo, fazzoletti, foulard, spille o oggetti appuntiti a chiunque, borsellini o portafogli senza previa introduzione di una moneta. La mancia è obbligatoria al custode per Natale, facoltativa al cameriere per arrotondare il conto, al tassista per risparmiargli il resto. Vietata alle infermiere e alle suore in ospedale (riceveranno regalini), consigliabile agli addetti alle pulizie.

Sempre e ovunque
Lune storte, musi lunghi, capricci e malumori.
Ce li si chiude alle spalle dietro la porta di casa. In pubblico si è sempre amabili, allegri, sereni, sorridenti. “Bad humour è un’imperdonabile forma di cattiva educazione”, predicava Gregor von Rezzori, grande scrittore che razzolò da grand seigneur.
Sprezzatura. Altrimenti detta nonchalance, noncuranza: sorvegliatissima naturalezza o soave falsità. È la regola numero uno dell’eleganza, la virtù principale e principesca da contrapporre ai vezzi degli sprezzanti e degli snob. Sorridete, fate finta di niente, dissimulate, fate buon viso: ignorate le goffaggini dei gaffeur.

Una Risposta a “Il Bon Ton va di moda”

  1. giorgia Dice:

    ma che schifoooo è trpp lungoooo ma accorciatelooooo, viene la nausea solo a iniziare i primi 2 righiiii


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